Che cosa rappresenta il cibo? Il cibo rappresenta simbolicamente l’amore, una coniugazione perfetta tra il simbolismo di ciò che ci permette di vivere naturalmente, e il simbolismo legato al riempire l’anima di uno stato emotivo ricco di emozionalità.
Il nostro stare in vita è deputato dall’assunzione o meno di cibo, ma non solo, noi siamo stati concepiti da chi non ha potuto fare a meno di alimentarsi, questa affermazione può sembrare banale, ma secondo la filogenesi è di importanza assoluta, per cui la nostra storia si coniuga con questo elemento composto da mille variabili creative, dove attraverso la parte artistica di chi compone le pietanze esprime la ricchezza simbolica della propria anima.
Non possiamo dimenticare che anche la religione fa proprio il pane per ricordare gli eventi più significativi della celebrazione eucaristica.
Liturgia, rito e simbolo sono gli ingredienti che compongono la creazione e l’assunzione di quell’elemento chiamato cibo, in modo ossessivo e continuo accompagna la nostra quotidianità, componente essenziale le celebrazioni più variegate, dove l’abilità di integrare i composti e la creazione del costume finale, ricco di finiture arzigogolate , genera nei commensali l’attivazione dei sensi.
L’invito alla trasgressione, all’assunzione smodata di alimenti coreografici, integranti il sapore e la bellezza, inducono ad una attivazione istintuale, ingerendo in modo eccessivo ciò che successivamente può attivare sensi di colpa. Nel contempo, il combattimento interno tra ciò che è concesso e ciò che sarebbe vietato è sempre presente, il furbacchione irride il carabiniere, attraverso smorfie interori, pause di assunzione, brindisi collettivi, apprezzamenti giustificatori ad una libagione seduttiva.
Ma in realtà che cosa nasconde questo cibo, come mai riesce a produrre una forza così trasgressiva, davanti a presupposti ferrei, promesse quotidiane, sensi di colpa incessanti, tentativi il governare gli impulsi attraverso molteplici stratagemmi, ove Macchiavelli avrebbe di cui stupirsi.
Ci sono però personalità che il cibo tendono a rifiutarlo, come se questo fosse una invasione corporea pericolosa, tanto che spesso viene perso il senso di realtà collegato con la corretta assunzione, correndo il rischio di cadere in situazioni patologiche.
In realtà il cibo è uno strumento che viene usato al fine di gestire emozioni e sentimenti:
Tentare di governare gli stati angoscianti, prima che diventino più invasivi,
Evitare pensieri o comportamenti che possono produrre comportamenti aggressivi,
Desiderio di “mangiare” qualcosa di proibito,
Elementi legati alla sessualità,
Componenti sociali e culturali che sottolineano determinati aspetti corporei, e comunicano messaggi contradditori,
Riempire il tempo, senso di inutilità, di vuoto e di solitudine,
Azione sedativa verso la vita,
Altre situazioni emozionali.
Le persone che tendono ad abusare nell’assunzione alimentare, sono alla ricerca di una libertà interiore, che spesso non riescono a vivere usando il corpo come strumento, le dimensioni dello stesso perdono importanza perché quello che conta è la ricerca del governo del proprio mondo, il tutto accompagnato da una sofferenza interiore, ricerca di sedazione emotiva, senso di solitudine e la centralità di pensiero viene spostata sul arricchimento dell’anima come interesse alla qualità dell’esistere.
Il desiderio di assunzione si attiva in modo strategico, e la dinamica di attivazione è intensa, non viene compreso o non si vuole comprendere se sia fame fisiologica o voracità, la quale quest’ultima è il motore che viene attivato per riempire il contenitore stomaco nel più breve tempo possibile, l’insaziabilità sta dietro un angolo è come un giullare di corte, scuote i suoi campanelli, innescando quell’eccitabilità eccessiva che prima o poi deve spegnersi attraverso quel sovrano interiore che richiama all’ordine costituito, che è generativo di ricchi sensi di colpa.
La ricerca spasmodica di sedazione è insaziabile, e insaziabile diventa la persona durante questo processo idealmente compensatorio ma realmente distruttivo.
L’espansione del corpo, la perdita di una armonia corporea, dove gli specchi, le vetrine e tutto quello che riflette la corporalità soggettiva vengono accuratamente evitati, si riduce il concetto di bellezza come arma di seduzione, l’abbigliamento vira in modelli e tuniche tipicamente tribali atti a nascondere all’occhio cosciente ciò che non vuol vedere, l’appagamento interiore, la frenesia eccitante il momento galeotto, ha il soppravvento sul circostante, cibo come mal d’amore.
La dicotomia nel processo sostitutivo “oggetto desiderato – cibo” ovviamente non può mai essere risolutiva, comporta inevitabilmente frustrazione, delusione, l’insaziabilità continua ad imperversare, attivando la ricerca di nuovi alimenti, come se la dispensa o il frigorifero di casa, una volta vuoti, fossero contenitori dalla risposta sadica alla richiesta imperiosa e dirompente dell’insaziabile.
Controllare il mondo esterno, spesso diventa necessario, visto che non c’è la padronanza di quello interno, il cibo dovrebbe essere l’elemento di equilibrio, pensando che il disagio è determinato da qualcosa che stà fuori di sé, ma proprio cosi non è.
Al contrario chi nutre un rifiuto del cibo in modo eccessivo ed esagerato, porta ad avere e trattare il corpo in modo strumentale, evidenziando una autonomia inesistente, e attraverso il quale il soggetto tende ad avere una centralità affettiva.
Questa centralità sopra citata, porta ad insistenze famigliari pressanti per una assunzione alimentare corretta producendo da parte di chi lo evita ulteriore negazione. Il braccio di ferro che si genera produce la sensazione a chi si vieta di essere determinata, rappresentativa di sé e superiore agli altri.
L’intelligenza che accomuna spesso le persone che attivano questi meccanismi è notevole, è necessario non confondere un disagio emotivo con la parte intellettiva se no diventa incomprensibile comprendere l’atteggiamento elencato.
I tratti della personalità tendono a negare la femminilità, esternando sia nella comunicazione, che nel comportamento tratti più mascolini. L’espressione dei sentimenti non è così facile, anzi il desiderio di esternazione che stà in sottofondo parlerebbe un altro linguaggio, ma l’esternazione viene vissuta come una debolezza e un bisogno degli altri.
Queste persone decidono di non avere bisogno di nulla per impedirsi di avere bisogno di qualcosa, non ammettono la debolezza caratteriale così definita, in effetti per loro “il magro è bello” perché è duro e di difficile distruzione.
La seduttività corporea di questi ultimi decenni spesso viene incarnata attraverso spot pubblicitari, rappresentazioni, film, reality, dove il femminile viene identificato attraverso la magrezza, donna gazzella, determinata, la scena diventa necessaria, le comparazioni tra singoli paragonabili ad esami vitali, l’avere un senso attraverso un corpo dove la soggettività si è imprigionata all’approvazione patinata di un mondo sempre più povero di identità individuale.
Il bisogno di approvazione verbale non è mai sufficiente, alcuni eventi di vita anche di poco conto, diventano destabilizzanti, il non mangiare diventa un atto di ribellione e di protesta nei confronti di questa punizione sociale.
La necessità per persone che hanno un rapporto difficoltoso all’assunzione di alimenti, è spesso ricorrente la negazione alta, quasi indomita ed eroica, dei bisogni del corpo a favore del potere della mente, che può attraverso il suo imperio, vietare gli appetiti piacevoli, a favore di percezioni ridonanti di forza e determinazione, esenti da compromessi.
Non mangiando non si alimenta il corpo, per cui questo corpo abitato è limite sofferente ad un processo di intelletualizzazione che vira in una idea di onnipotenza, riduco il soma, amplifico la percezione della mia intellettività, solo così ho ed avrò un senso.
Competizione nascosta, conflittualità carsica, con un unico grido rivolto a sé:
IO ESISTO